“Quale futuro per la sicurezza in Europa?”, intervista al gen. Antonio Li Gobbi

(di Enrico Baviera)
10/09/16

Antonio Li Gobbi, da qualche mese ha lasciato il servizio attivo, nella insolita veste di moderatore di una tavola rotonda sul tema “Quale futuro per la sicurezza in Europa?”.

Abbiamo affrontato l’argomento della sicurezza in un ambiente variegato, avvalendoci di relatori illustri, diversi per background, esperienze, punti di vista.

Il nostro obiettivo non era di fornire risposte (impresa peraltro non compatibile con i tempi a disposizione), ma di ingenerare dubbi e minare le facili “certezze” precostituite che caratterizzano troppo spesso l’approccio alle tematiche della sicurezza.

Nel mondo multipolare di oggi, noi Europei (e noi Italiani in particolare) siamo frastornati e confusi quando ci confrontiamo con il tema della sicurezza.

Ci rendiamo conto che i parametri concettuali, cui in passato facevamo riferimento, non sono più adeguati e gli strumenti che usavamo non son più validi. Però (per pigrizia o per miopia) non ne abbiamo elaborati di nuovi.

È vero che, in un certo senso, abbiamo vissuto come “sedati” per 45 anni, all’interno di meccanismi di contrapposizione bipolare prettamente ideologica. Contrapposizione che ci veniva veicolata e noi (erroneamente) percepivamo più come una contrapposizione tra ideologie politiche, ovvero tra due diverse concezioni del rapporto cittadino-Stato (quella comunista e quella democratica), che come contrapposizione geo-strategica tra due superpotenze. Inoltre, per tutto il periodo della guerra fredda, il confronto tra le due aree d’influenza risalenti agli USA e all’URSS si è giocato su un piano virtuale (quello della deterrenza militare, che oggi ha perso molto del suo valore pratico).

Noi abbiamo perso la consapevolezza che nel mondo reale i conflitti si sviluppano mediante il ricorso sinergico a una serie vastissima e diversificata di strumenti – ideologici, politici, economici, propagandistici – che si affiancano a quello militare. Strumento militare che può forse apparire come il più visibile, ma ritengo essere spesso il meno efficace se non integrato in un mix credibile.

Noi Europei abbiamo perso in questi anni la consapevolezza che occorre usare e dosare tutti questi strumenti per garantire la nostra sicurezza. Non è una situazione nuova! Siamo tornati adesso alla “situazione normale”. Se ci pensiamo, fatta eccezione per le due guerre mondiali e la guerra di secessione americana, i conflitti sono quasi sempre stati asimmetrici. Peraltro, dalla fine della “guerra fredda” è passato un quarto di secolo, ma sembra che non siamo riusciti appieno a rendercene conto.

Un ulteriore elemento di confusione è rappresentato dal fatto che ormai ci siamo abituati all’idea di alleanze permanenti. Non abbiamo più la percezione che, in una situazione in rapida evoluzione, quando evolvono e mutano le situazioni di rischio, le percezioni dell’insidiosità dei nuovi rischi da parte dei singoli alleati possono essere diverse.

Mi spiego meglio. La percezione del pericolo di un attacco convenzionale russo all’Europa da parte di un Lituano o di un Polacco è ben diversa da quella di un Italiano. Analogamente, le preoccupazioni per le crisi che travagliano il Medio Oriente e il Nord Africa non possono essere percepite da tutti gli alleati con la stessa intensità. In questo contesto, siamo forse anche un po’ scombussolati dal riconoscere (con un certo imbarazzo) che in merito ad alcune tematiche (ad esempio quelle relative al Medio Oriente) apprezziamo di più il modo in cui si esprime l’ex nemico (la Russia), di quanto non condividiamo la politica del nostro maggior alleato atlantico. Anche in questo campo i nostri parametri di riferimento risultano non sempre adeguati alla nuova situazione.

Un ulteriore elemento di confusione (e, pertanto, di paura) è il terrorismo di matrice fondamentalista.

Da sempre il terrorismo si prefigge obiettivi psicologici più che “cinetici”. Ritengo, però, che questa nuova forma di terrorismo spaventi noi europei occidentali (e noi italiani in particolare), non tanto per il rischio (sicuramente limitato) di essere potenziali vittime di un attacco, ma perché non siamo più capaci di concepire concettualmente il “martirio” per una causa, un’ideologia, una religione. Possiamo, forse, ancora concepire l’”eroe “ (positivo o negativo che sia) che accetta il rischio di cadere durante un’azione, ma non il suicidio deliberato. Non lo comprendiamo e, pertanto, ne siamo terrorizzati.

Come ho detto, l’obiettivo della tavola rotonda non era certo quello di fornire alcuna risposta (non ci sarebbe neanche stato il tempo, ammesso che tali risposte ci siano). Ci si proponeva di installare dubbi e perplessità e fornire elementi di riflessione. Speriamo di essere riusciti a farlo.

Sembrerebbe che gli europei abbiamo perso gli anticorpi per affrontare il tema della sicurezza. Secondo lei, qual è la percezione dei cittadini verso l’argomento?

Iniziamo col dire che vi sono fattori diversi tra nazione e nazione, che comportano diverse percezioni di quale rappresenti per ciascuna il rischio più grave.

Come ho già detto, la percezione della minaccia russa è molto forte nei Paesi Baltici, in Finlandia, in Polonia e, sia pure in maniera minore, negli altri Paesi dell’ex Patto di Varsavia.

Ci sono poi i Paesi con una tradizione coloniale di secoli (GB e Francia), la cui percezione della sicurezza nazionale va aldilà del proprio territorio, in quanto connessa coi legami sia culturali sia commerciali con le ex-colonie.

Vi è poi un problema di sicurezza connesso al terrorismo generato dal fondamentalismo islamico. Rischio percepito sicuramente in misura maggiore in quelle nazioni che hanno subito attentati recenti o dove vi sia la presenza di consistenti comunità islamiche non integrate. Tale rischio, però, potrebbe essere percepito da quella che George W Bush definì la “nuova Europa” in modo meno grave di quanto sia percepito nella “vecchia Europa”

Le percezioni in merito alla perniciosità dei singoli rischi sono diverse da Paese a Paese: per questo è difficile trovare una linea comune in materia di sicurezza.

Nel 1980 Khomeini scrisse a Gorbaciov che il fondamentalismo islamico avrebbe sostituito l’ideologia comunista nella contrapposizione all’Occidente; sembra che avesse visto giusto.

Sono convinto che avesse perfettamente ragione. È chiaro che la concezione di vita occidentale, essenzialmente laica in campo politico e religioso, era all’epoca minacciata da ideologie di tipo marxista come ora lo è da ideologie d’ispirazione religiosa. Si tratta in entrambi i casi di ideologie tendenti a regolare in maniera molto stretta il rapporto tra individuo e società, attribuendo a quest’ultima la possibilità di “regolare” la vita dei cittadini e i rapporti interpersonali.

In un certo senso, il marxismo vedeva all’individuo in funzione del bene comune della società, così come oggi il fondamentalismo religioso lo considera “strumento” al servizio di un credo religioso.

Non sono uno storico, ma penso che le persecuzioni dei cristiani, nei primi anni dell’Impero Romano, fossero dovute essenzialmente all’egalitarismo propugnato dalla nuova Fede, che rischiava di minare l’elitarismo su cui era basata la società romana.

È pur vero, che già da tempo si potevano scorgere nel fondamentalismo islamico i prodromi della minaccia e alcuni vi scrissero al riguardo. Penso in particolare a Samuel Huntington (che anticipò già nel 1993 su “Foreign Affairs” le sue tesi in merito allo scontro di civiltà e che aveva ben individuato, tra le civiltà contemporanee, quella “islamica” e quella “occidentale”).

Dal canto loro, gli USA - questo è stato il loro errore strategico - hanno continuato a fomentare l’estremismo islamico quale chiavistello per sfaldare l’URSS. Divenendone poi loro stessi bersaglio.

Come vede la NATO nei prossimi 20 anni? Ha un futuro?

La NATO è la nostra storia. L’Europa e l’Italia non sarebbero quello che sono se non si fossero sviluppate all’interno dell’Alleanza. L’integrazione europea senza la NATO forse non si sarebbe neanche avviata e, comunque, non avrebbe mai raggiunto i livelli attuali. Io credo nell’Alleanza, le riconosco il grande merito di aver salvaguardato la libertà e la democrazia in Europa dal 1945 al 1990, oltre che, ovviamente, la pace .

Dopo lo sgretolamento del Patto di Varsavia e lo scioglimento dell’URSS (rispettivamente luglio e dicembre 1991) con l’apparente fine del bipolarismo, vi fu, a mio avviso, da parte delle Nazioni Unite un approccio un po’ amatoriale e idealistico al problema della gestione delle numerose crisi che stavano emergendo (mi riferisco alla Segreteria di Boutros Boutros-Ghali dal ‘92 al ‘96 e alla sua “Agenda for Peace”).

Ritengo che non fosse stato ben compreso il ruolo giocato durante la “guerra fredda” dalle due superpotenze nel contenere e controllare conflitti e tensioni tra Stati. L’ONU tentò di assumere un ruolo politico-militare diretto nella gestione delle crisi internazionali. In questo compito ambizioso fallì totalmente (come dimostrarono gli interventi in Somalia e in Bosnia).

In questo contesto, la NATO (che aveva vinto la “guerra fredda” senza sparare un colpo) si è affermata come l’unica organizzazione sovranazionale capace di intervenire sia politicamente sia militarmente per la gestione e la soluzione di situazione di crisi (nelle sue aree geografiche o al di fuori di esse). La NATO lo ha fatto, per conto dell’ONU (ma con notevole autonomia dall’ONU), a partire dall’intervento in Bosnia nel 1995.

Oggi, però, credo che la NATO abbia perso un po’ di smalto. Una causa è certamente l’andamento non entusiasmante della situazione in Afghanistan, a 15 dall’avvio di ISAF e a 13 da quando la NATO ne ha assunto (obtorto collo) la guida. Inoltre, la reazione dell’Alleanza alla recente crisi ucraina ha, a mio avviso, evidenziato le diverse percezioni in merito alla sicurezza che dividono i Paesi membri più che unirli. Ma di queste diverse percezioni abbiamo già parlato. La NATO rimane, comunque, un’organizzazione politico-militare particolarmente valida, efficiente e strutturata.

Il problema, a mio avviso, non è la NATO in quanto tale, ma cosa ci si aspetta dalle alleanze. Al riguardo, penso che dobbiamo tornare a una visione dei rapporti tra Stati antecedente alla “guerra fredda”. Mi sembra difficile oggi poter considerare qualsiasi alleanza sovranazionale (ovvero “la promessa di aiuti militari che due o più stati si scambiano tra loro”) come matrimoni d’amore (ovvero “finché morte non ci separ”i) o come abiti “per tutte le stagioni”. Penso che, purtroppo o per fortuna, si sia tornati a una situazione d’instabilità in cui le alleanze possano essere solo unioni più o meno temporanee tese al perseguimento di obiettivi limitati e contingenti.

La NATO è nata con l’obiettivo di difendere l’Europa dalla minaccia sovietica. C’è ancora quella contrapposizione? Il confronto attuale tra USA e Russia è di natura ideologica o geopolitica? Per me è oggi solo di natura geopolitica.

Vediamo allora dove sono i rischi e quale alleanza può essere più funzionale al perseguimento dei nostri attuali obiettivi di sicurezza.

Guardiamo ad esempio quello che sta avvenendo in Siria e come hanno ivi operato USA e Russia.

Non si può non notare come gli interventi americani nel mondo musulmano degli ultimi venti anni siano stati spesso forieri di problemi tuttora irrisolti. Inoltre, sino a oggi, gli USA hanno prediletto rapporti con stati forti del mondo sunnita anche vicini al Wahabismo.

Oggi la Russia sembra essere vicina a molti poteri statuali del mondo sciita. Si tratta di fatti che non possono non essere tenuti in considerazione nello studiare una strategia per difenderci dal fondamentalismo di matrice islamica.

Consideriamo, inoltre, che anche durante la presidenza Obama è stato ulteriormente confermato il trend in corso da anni che vede uno spostamento dell’interesse (politico, economico, militare) USA verso il Pacifico a discapito dell’Atlantico.

Occorre tener presente che la Turchia è e resterà membro della NATO. Non si può negare che in Turchia la presidenza Erdogan stia portando avanti una politica di islamizzazione delle strutture statuali. La Turchia sta conducendo una propria politica tendente all’acquisizione di un ruolo egemonico regionale. Ruolo che non necessariamente è in linea con i nostri interessi di sicurezza nei confronti dei rischi connessi con il fondamentalismo di matrice islamica e con quelli connessi con flussi migratori incontrollati. Oggi come oggi, la Turchia è per noi un baluardo o un cavallo di Troia?

La mia conclusione è che la NATO, così come è oggi, potrebbe non essere la struttura maggiormente indicata a garantirci da alcune delle minacce che incombono, tra cui quella connessa con il fondamentalismo di matrice islamica.

Ultima battuta sulla BREXIT. È una opportunità o la fine di un progetto non solo politico ma anche di difesa?

Io sono un europeista convinto e mi piacerebbe anche un’Europa federale. Detto ciò, per procedere sulla base di una maggiore integrazione ci vuole similarità tra i Paesi che intraprendono tale cammino. Uno dei problemi dell’UE è che, nel tempo, per motivi prioritariamente commerciali, si è forse ampliata troppo o troppo in fretta, trasformandosi in un grosso club di Paesi che poco hanno in comune. In tale club è, pertanto, difficile addivenire a decisioni che siano a un tempo sostanziali e condivise.

La Gran Bretagna ha probabilmente deciso di entrare nel club innanzitutto per rallentarne dall’interno il processo d’integrazione.

A livello esclusivamente “militare” l’uscita del Regno Unito rappresenta per l’UE la perdita del Paese che ha la struttura militare più potente e capace.

Peraltro, in un’ottica di politica di sicurezza in termini generali, potrebbe trattarsi di un danno più formale che sostanziali per l’UE e per la credibilità dei suoi impegni militari (ricordiamo che, comunque, per le operazioni “articolo 5” ci si sarebbe rivolti sempre alla NATO).

Ritengo , infatti, che spesso si sopravvaluti l’importanza del “solo” strumento militare ai fini del conseguimento di obiettivi geo-strategici e di sicurezza internazionale.

Domani, senza il “freno a mano” britannico, l’UE potrebbe forse tentare di essere più ambiziosa e acquisire quella capacità di intervento politico–militare che finora le è mancata.

Capacità che le è mancata non per carenza di assetti militari disponibili, ma per mancanza di una coesa volontà politica d’intervento e di visione unitaria a livello geo-strategico.

Ovviamente, nel settore della difesa e sicurezza, un’UE (senza il Regno Unito) sarebbe più marcatamente condizionata dal binomio franco-tedesco (e tra le due, a mio avviso, sarebbe la Francia l’elemento trainante in materia di difesa e sicurezza). Peraltro, in tale contesto, l’Italia (quale terza potenza economica e militare di questa “nuova UE”) potrebbe facilmente giocare un ruolo più significativo di quello attuale e riempire alcuni degli spazi vuoti lasciati di britannici.

Ecco perché sono portato a considerare che, nel lungo periodo, la BREXIT per quanto attiene alla politica di difesa e sicurezza potrebbe anche rivelarsi per l’EU (e per l’Italia) come una opportunità, se avremo la forza e il coraggio di metterci alla prova.