La presidente Park costretta a dimettersi: scontri a Seul. Cosa succede in Corea?

(di Giampiero Venturi)
10/03/17

Dopo tre mesi di interim presidenziale retto dal primo ministro Hwang Kyo-ahn la Corte Suprema coreana si è espressa per approvare la procedura di allontanamento dalle istituzioni di Park Geun–hye, primo presidente donna nella storia della Corea del Sud.

Nonostante la sentenza consenta al Primo Ministro facente funzioni di diventare Presidente con carica piena, lo staff presidenziale ribadisce che la Park non prevede di allontanarsi dalla sua residenza ufficiale, dando vita a scontri in piazza tra suoi sostenitori e avversari politici. Si contano già i primi morti.

L’attenzione rimane focalizzata quindi sulla Cheongwadae, la Casa Blu dai tetti tradizionali che funge da palazzo presidenziale. Dopo la Casa Bianca americana e la Casa Rosada argentina, anche la Corea del Sud mostra al mondo il suo palazzo in tinta, centro del potere esecutivo e in questo caso degli scandali che stanno soffocando Seul.

Fosse solo questo, le notizie che giungono dall’Estremo Oriente, sarebbero relegate ad un capitolo di malagestione del potere, per la verità non nuovo in Corea. La fuga di notizie riservate e le tangenti richieste a importanti gruppi industriali (compresa la Samsung) non sarebbero altro che una pagina buia di un Paese controverso: la Corea del Sud è a tutti gli effetti una democrazia, ma per più di 30 anni è stata governata da presidenti militari o comunque noti per metodi autoritari. Il più famoso di questi è stato proprio Park Chung-hee, guarda caso il papà della presidente uscente.

In realtà, l’odierna crisi istituzionale va ben al di là di una semplice storia di corruzione e si va ad incastrare in un contesto storico estremamente delicato. La vacatio del potere a Seul (le prossime elezioni sono previste il 9 maggio) è concomitante ad altri tre fenomeni:

- la rinnovata fibrillazione della Corea del Nord;

- il cambio della guardia a Washington;

- la nuova dimensione politica del Giappone.

La crisi tra le due Coree non è niente di nuovo, si sa. Ciononostante i recenti test balistici sul mare del Giappone (successivi all’omicidio politico di King Jong Nam, fratellastro dell’attuale leader nordcoreano Kim Jong Un) hanno fatto registrare un ulteriore giro di vite della comunità internazionale contro Pyongngyag, con l’applicazione di nuove sanzioni. Dietro la pressione contro il regime nordcoreano ci sono gli Stati Uniti, decisi ad attivare il sistema antimissilistico THAD, come richiesto dallo Stato Maggiore di Seul. La nuova amministrazione americana, ancora in rodaggio su alcune scelte determinanti di politica estera, ha per ora risposto di pancia alla periodica provocazione di Pyongyang. La Cina, decisamente contraria al dispiegamento del nuovo sistema antimissilistico, si è subito inserita nella disputa, aumentando il senso d’incertezza generale. 

Su tutto questo campeggia il nuovo dinamismo del Giappone di Abe che in politica estera non intende fare sconti a nessuno. Nel 2015 in occasione del 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, il premier nipponico aveva dichiarato che le future generazioni non dovranno scusarsi ancora per il proprio passato. La successiva entrata in servizio delle miniportaerei classe Izumo e le dichiarazioni non proprio concilianti verso Cina e Corea del Nord hanno fatto il resto. Il Giappone è tornato a pieno titolo nel contesto geopolitico regionale, contendendo proprio alla Corea del Sud il ruolo di attore protagonista anche in senso politico e militare.

È lecito aspettarsi un’escalation della tensione generale nell’area?

Su queste pagine abbiamo già focalizzato l’attenzione riguardo la penisola coreana, riflettendo sul ruolo effettivo giocato da Pyongyang. Per quanto le strategie globali possano incidere sugli effettivi posizionamenti regionali, oggi però non è possibile minimizzare numerosi fattori di imprevedibilità convergenti. Una Corea del Sud in piena crisi istituzionale è forse il principale fra questi.  

Non va dimenticato che anche se nella Repubblica di Corea vige il regime della repubblica semipresidenziale, il Presidente è pur sempre capo supremo delle Daehanminguk Gukgun (le Forze Armate), considerate tra le prime dieci del mondo per capacità e potenza. Dal 2006 al 2015 i militari hanno goduto di un aumento del budget del 37% fino a raggiungere la spesa di 36 miliardi dollari (2,6% del PIL, dati SIPRI). Un’armata di 3 milioni e mezzo di uomini (compresi i riservisti) è senza guida in uno dei momenti più caldi dalla firma dell’armistizio del ’53.

Per quanto fredde possano essere le guerre, il 38° parallelo appare sempre più caldo.

(foto: Daehanminguk Gukgun – web)