Quarant’anni fa la Marina Militare salvava i profughi vietnamiti

(di Tiziano Ciocchetti)
05/09/19

Il 30 aprile 1975 le forze comuniste del Vietnam del Nord entrano a Saigon, mettendo fine ad un conflitto che durava da circa 13 anni. Tuttavia le sofferenze per la popolazione non sono certo terminate, i comunisti si lanciano in massacri ed esecuzioni sommari, soprattutto di religiosi, intellettuali, studenti, politici locali e artisti.

Tutte le persone da “rieducare” vengono esiliate nelle Nuove Zone Economiche, in realtà territori paludosi del paese dove si muore per le malattie e per la mancanza di cibo: il Vietnam del Sud viene trasformato in un enorme gulag.

Nel 1979 la popolazione superstite cerca di evadere, e l’unica possibilità è quella di affrontare il mare per cercare asilo in qualche paese vicino. L’Occidente si divide, tra chi condanna le barbarie comuniste e chi le taccia come falsità propagandistiche a favore del capitalismo.

Intanto i rifugiati sui barconi – ribattezzati boat people – vengono respinti ovunque cercano di sbarcare. Lottano contro la fame (si verificano anche casi di cannibalismo), la mancanza di acqua potabile, le tempeste tropicali e i pescatori (pirati) che li abbordano per derubarli e violentarli.

Le navi occidentali qualche volta si avvicinano, forniscono un po’ di cibo, li fotografano ma poi si allontanano.

In Italia, la tragedia dei boat people, viene resa di dominio pubblico attraverso le immagini di Tiziano Terzani e, stranamente, la Politica agisce.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri in carica è Giulio Andreotti, il quale convoca il Ministro della Difesa Ruffini per affidargli la realizzazione di una missione che, a causa della distanza e delle condizioni metereologiche, si presenta assai difficile. Non si conosce quanti sono i profughi, né dove si trovano di preciso, ma l’ordine è di salvarli.

La Marina Militare non ha unità specifiche per questo tipo di operazioni, l’ammiraglia, il Vittorio Veneto, si trova a Tolone. Il comandante, capitano di vascello Franco Mariotti, riceve la comunicazione da parte dell’ammiraglio di divisione Agostinelli, di riadattare l’assetto della nave e di fare rotta alla volta di La Spezia per riunirsi all’Andrea Doria per una missione di recupero.

Il comandante Mariotti predispone sul Veneto 300 posti letto per donne e bambini a poppa, e 120 per gli uomini a prua. L’infermeria viene ampliata utilizzando gli spazi riservati agli alloggi dei sottufficiali, e vengono ricavati ulteriori servizi igienici. Dopo cinque giorni di lavori, la nave è pronta per salpare.

Mariotti arriva a La Spezia il 4 luglio 1979, qui vengono imbarcati medici, infermieri e interpreti. Il 5 salpa, insieme al Doria, facendo rotta verso l’isola di Creta, dove si riuniscono alla nave Stromboli.

Il viaggio è quanto mai difficoltoso, in quanto oltre al caldo opprimente la piccola flotta deve affrontare, nell’Oceano Indiano battuto dai monsoni, un mare forza 7.

Dopo 10 giorni di navigazione ininterrotta, il 18 luglio giungono a Singapore e fanno rifornimento di provviste supplementari. Intanto, gli operatori del SISMI, ne approfittano per raccogliere informazioni circa l’ubicazione dei profughi.

Riescono a scoprire che si sono diretti verso le isole Anambas dell’Indonesia, vicine a una piattaforma petrolifera della Esso.

Il 25 luglio salpano alla volta del Mar Cinese Meridionale, il giorno dopo, nonostante il forte vento, si alza in volo un elicottero AB-212 che riesce a localizzare la prima imbarcazione dei naufraghi, un barcone lungo circa 25 metri che sta colando a picco nei pressi della piattaforma della Esso. Il Doria invia un gommone con a bordo personale medico, di scorta e un interprete. Dall’imbarcazione ormai semi affondata i marinai riescono a trarre in salvo 66 uomini, 39 donne e 23 bambini. Nei giorni successivi vengono salvati molti altri profughi.

Alla data del 1 agosto 1979, a bordo delle navi della Marina ormai non c’è più spazio, ma hanno navigato per 2.600 miglia, esplorato un’area di 250.000 kmq e salvato 907 persone.

Foto: Archivio Storico Marina Militare / Giorgio Arra