Terroristi contro

(di Paolo Palumbo)
22/02/16

In un ipotetico scenario fantapolitico, potrebbe un’organizzazione terrorista allearsi con gli Stati Uniti per sbarazzarsi di un nemico comune? Sembra la trama complicata di un romanzo del compianto Tom Clancy, oppure una prospettiva attuabile nel caso non si riuscisse ad uscire dal pantano siriano. È certamente una fantasia perversa, ciò nondimeno il teatro bellico in Siria ha palesato, diverse volte, un aspetto quanto mai altalenante dove, anche all’interno delle forze contrapposte ad Assad, si sono consumati improbabili tradimenti e inattese alleanze.

L’ISIS, o meglio lo Stato Islamico (l’esercito di al-Baghdadi odia l’acronimo usato dagli occidentali), non è una potenza militare irresistibile: il noto politologo Edward Luttwak, con la tipica presunzione americana, ha più volte affermato che basterebbe solo una brigata di un qualsiasi esercito occidentale per sbaragliare l’orda nera sunnita. Aggiungiamo che lo stesso Stato Islamico non ha raccolto – per fortuna – il sostegno e il consenso di tutta la compagine anti-Assad, in primis tra i militanti dell’Armata per la Siria Libera (FSA – Free Syrian Army) i cui membri hanno più volte espresso che non hanno intenzione di surrogare un regime dittatoriale laico con un altro, teocratico e opprimente.

Il dissenso, forse meno percettibile, ma egualmente importante, è nato anche all’interno delle diverse organizzazioni islamiste che scorrazzano liberamente tra Aleppo e Damasco. Senza dubbio, se messo a confronto con altri gruppi sunniti, l’ISIS risulta essere un egregio parvenu con un curriculum piuttosto giovane, che deve la fortuna soprattutto al suo modus operandi e alla capacità di aver creato un apparato propagandistico invidiabile e terribilmente efficiente. Proprio per questo l’ISIS è riuscito a penetrare i cuori degli islamisti, dei tanti che hanno scelto di immolarsi alla sua causa in qualsiasi parte del mondo.

Nel 2013, il mondo jihadista ha vissuto uno scisma molto importante, che ha visto protagonisti il tanto acclamato Stato Islamico e Jabhat al-Nusra, l’organizzazione rappresentante al-Qaeda in Siria. Ambedue hanno origini e progetti comuni, tuttavia i due amici/nemici al-Baghdadi e al-Golani, ad un certo punto, hanno intrapreso strade diverse: una scelta foriera di complicazioni e scontri anche violenti, sia sul piano dottrinale sia su quello militare. Perché si è consumato questo divorzio che ha spaccato in due il mondo sunnita in Siria? Cosa ha – ammesso che l’abbia - Jabhat al-Nusra di così diverso dai combattenti dell’ISIS?

Nella rivoluzione siriana

Il conflitto siriano nasce in maniera molto ambigua e con presupposti dissimili dai movimenti pseudo libertari della cosiddetta “Primavera Araba”: l’implicazione degli jihadisti è stata molto più incisiva e le sommosse popolari magistralmente orchestrate da forze oscure con la collaborazione diretta dei Mass-media. Non è un caso, infatti, che proprio in Siria Ayman al-Zawahiri, decise di inviare in perlustrazione alcuni tra i suoi seguaci più fedeli per saggiare il terreno e capire in che modo l’organizzazione potesse trarre vantaggio dalla guerra. Al-Qaeda riuscì così a costituire una sorta di “cellula dormiente”, in attesa del momento più favorevole per infiltrarsi tra i ribelli e accelerare il corso della lotta contro Assad.

La guerra, l’inefficienza palesata delle forze ribelli e l’eccessiva frammentazione tra i gruppi combattenti fecero da sfondo alla nascita ufficiale del Jabhat al-Nusra, emersa ufficialmente il 23 gennaio 2012. Il padre ideologico del nuovo gruppo si chiamava Abu-Musaab al-Suri, reduce dall’Afghanistan, poi leader della scuola jihadista di Damasco e autore di The Global Call for Islamic Resistence, testo guida per gli jihadisti di ultima generazione. I suoi proclami diventarono legge per Abu Mohammad al-Golani (foto apertura), Adbulmuhsen Abdullah Ibrahim al-Sarik, Hamid al-Ali e Abu Yusuf al-Turki esecutori e ufficiali operativi della nuova formazione qaedista.

Alla base del gruppo c’era un nuovo concetto elaborato proprio da Abu-Musaab il quale, discostandosi dall’organizzazione tradizionale, pose al centro della sua strategia il concetto della “brigata di resistenza”. Jabhat al-Nusra si presentò sin dall’inizio come una compagine particolare, capace di canalizzare le simpatie dei vari gruppi estremisti attivi sullo scenario siriano. La “brigata” aveva il sacro dovere di ispirare tutto il mondo islamico alla resistenza globale contro i nemici dell’Islam, contrastare ad oltranza il regime senza alcuna velleità, di fondare un nuovo Califfato e vivere grazie agli introiti procurati da donazioni volontarie e dal bottino di guerra.

L’avvento di Jabhat al-Nusra minò il prestigio della resistenza siriana: i capi dell’esercito di liberazione tentarono di prendere le distanze dai terroristi, anche perché sapevano che il loro aiuto avrebbe inficiato ogni possibilità di accattivarsi il sostegno dell’Occidente. Dal suo canto, sempre nelle fasi iniziali, il leader al-Golani proibì ai suoi combattenti di mescolarsi con gli altri gruppi siriani, giudicati incapaci, malfidati e compromessi con gli infedeli. L’evolversi del conflitto, il carisma dei capi brigata e l’efficienza dimostrata in battaglia trasformarono al-Nusra in una forza vincente dalla quale trarre insegnamenti, e soprattutto lasciarsi guidare. Dietro ogni vittoria dell’Armata Libera della Siria o qualsivoglia gruppo di resistenza, c’era la mano degli ufficiali di al-Golani i quali ostentavano motivazione e un addestramento sufficiente ad ottenere il massimo dei risultati, pur disponendo di una forza relativamente esigua.

La fama di Jabhat al-Nusra si diffuse presto anche tra la popolazione non combattente che traeva benefici oggettivi dalla presenza dei terroristi: una saggia applicazione della Da’wa garantiva, infatti, cibo, assistenza medica e protezione per i più deboli. Tutto questo a quale prezzo?

La condotta complessiva della rete di al-Golani non era assolutamente casuale e rientrava negli insegnamenti divulgati prima da Osama bin-Laden e poi dal dottore egiziano Ayman al-Zawahiri. L’interpretazione di al-Nusra sulla corretta conduzione della jihad è, infatti, un nodo centrale utile a comprendere la successiva e traumatica divisione dallo Stato Islamico. L’approccio di Al-Qaeda nei confronti delle popolazioni occupate risultava essere più cauto e rispettoso delle tradizioni locali: tale politica si concretò nella composizione dei vari governi decentrati, laddove convivevano l’animo infuocato degli estremisti e la pacatezza dei moderati. I governi di Aleppo (retto dalla Commissione per la Sharia) e Deir ez-Zour sono due esempi tangibili sull’effettiva valenza della direzione di Jabhat al-Nusra. In queste città, perfino la rigida applicazione della sharia ottenne delle deroghe a causa della guerra: molte esecuzioni furono sospese, tra cui quelle che comminavano l’amputazione degli arti. Il centro urbano di Aleppo, ad esempio, fu dotato di un Ufficio Amministrativo, un Ufficio Civile, uno Giuridico e un Ispettorato di Polizia per la gestione dell’ordine pubblico e la sorveglianza delle carceri.

Lo scisma

La nascita dello Stato Islamico e la conseguente autoproclamazione di al-Baghdadi a Califfo assestò un duro colpo ad al-Qaeda: Jabhat al-Nusra non si aspettava un’ascesa così immediata del nuovo movimento. Le tonanti dichiarazioni di al-Baghdadi fecero trasalire Ayman al-Zawahiri il quale, in una lettera aperta, trascrisse tutte le sue perplessità sull’operazione intrapresa dal giovane ex-qaedista. Secondo lo storico successore di bin-Laden la fondazione di un Califfato era troppo avventata, e rischiava di non essere condivisa da tutto il mondo musulmano. Nonostante l’aperta condanna del capo di al-Qaeda, in poco tempo l’ISIS allargò il suo dominio in buona parte della Siria, schiacciando inesorabilmente il gruppo di al-Golani. I primi sentori di una sottile battaglia si ebbero quando lo Stato Islamico iniziò a fare proseliti proprio tra le file di Jabhat al-Nusra, convincendo i suoi miliziani a cambiare partito a fronte di un più lauto compenso. Un combattente di Jabhat al-Nusra percepiva una paga mensile di 400 dollari, l’ISIS ne offriva 800, esattamente il doppio. Nel 2013, al-Golani gridò al mondo islamista la sua fedeltà ad al-Zawahiri producendo così una spaccatura tra le organizzazioni jihadiste, la prima di queste dimensioni.

Lo Stato Islamico, più forte numericamente, aveva ormai compromesso la posizione di Jabhat al-Nusra in diverse regioni della Siria, compresa la roccaforte di Aleppo; in altre zone, come Raqqa, i fedeli di al-Qaeda furono addirittura spazzati via senza possibilità di ritorno. Era dunque una rottura definitiva? Poteva Jabhat al-Nusra trasformarsi in un nemico dichiarato dello Stato Islamico e innescare un conflitto interno vantaggioso per Assad e la coalizione anti ISIS?

Abu Mohammad al-Golani e Abu Bakr al-Baghdadi erano figli della stessa ideologia con un passato simile, le medesime esperienze di guerra, ma su fronti diversi. L’attrito tra i due nasceva da considerazioni di carattere storico geografico, legato all’annoso conflitto tra Damasco e Baghdad. Al-Golani considerava al-Baghdadi un semplice capo iracheno il quale, se le cose si fossero messe male in Siria, avrebbe riparato nella sua patria d’origine; secondariamente non accettava l’idea di consegnare il governo della sua terra ad uno straniero. È altresì chiaro che il capo di Jabhat al-Nusra non declinava certo la formazione di un Califfato, ciò nondimeno la sua visione vedeva al centro del sogno Damasco o Aleppo, non Baghdad.

Lo scontro tra le due organizzazioni era oltremodo riconducibile ad un fatto generazionale. Come fa giustamente osservare lo storico Sami Moubayed nel suo Under the Black Flag, Ayman al-Zawahiri era il fiero rappresentante di una generazione di jihadisti oramai in declino, con uno stile di vita quasi monacale, viceversa il giovane al-Baghdadi arringava la folla come un leader coraggioso, al fianco dei suoi uomini, in apparenza sprezzante del pericolo. Il tentativo di mediazione imposto dall’anziano capo di al-Qaeda fu, dunque, rigettato dai due contendenti che respinsero ogni accomodamento facendo infuriare lo stesso al-Zawahiri, il quale prese le distanze da tutte le azioni militari commesse dall’ISIS.

Il leader di al-Nusra in alcune infuocate dichiarazioni, puntò il dito sullo Stato Islamico, il suo capo e ancor di più i suoi metodi. Al-Golani accusò al-Baghdadi di essere un capo violento e di usare, in modo indiscriminato, l’arma degli attacchi suicidi. Le sue parole sembravano costruite ad hoc per porre un deciso confine tra le due organizzazioni, quasi a volere attirare le simpatie tra gli islamisti, cosa che puntualmente non avvenne. Proprio colui che gettava fango su al-Baghdadi aveva alle sue spalle una lunga scia di morte, che nulla aveva da invidiare ai massacri dell’ISIS. Tra il marzo 2011e il giugno 2013 il Fronte di al-Nusra aveva rivendicato la responsabilità di 57 su 70 attentati suicidi compiuti nelle città siriane. Sul campo di battaglia poi, l’etica di al-Golani non differiva molto da quella dell’ISIS: recentemente sono state scoperte diverse fosse comuni di soldati siriani giustiziati dai terroristi di al-Qaeda. A svelarci il vero volto di al-Nusra è sempre lo storico Sami Moubayed il quale riferisce come, in diverse occasioni, i miliziani di al-Golani si siano abbandonati alle peggiori nefandezze, trasformandosi da virtuosi musulmani in meschini ricattatori.

Non trascuriamo poi che la divisione tra le due realtà terroriste si sia trasformata, in diverse occasioni, in un matrimonio di convenienza, specialmente quando c’era da spartirsi il bottino. Nel novembre 2015, l’ISIS e Jabhat al-Nusra si strinsero la mano a Yarmouk, dove entrarono in possesso di una cospicua quantità di armi e munizioni americane destinate ai ribelli anti-Assad. Un fatto che ha destato molta preoccupazione anche perché, se questo esempio fosse seguito in tutta la Siria, l’unica opposizione ad Assad sarebbe interamente formata da islamisti ultraradicali.

La conflittualità tra i due gruppi di terroristi appariva dunque “elastica”, opportunista e totalmente priva di regole fisse.

A patti col diavolo

Nel settembre 2015, il generale Petraeus dichiarò pubblicamente che per battere l’ISIS non si dovevano escludere possibili alleanze con al-Nusra, stravolgendo così il senso dell’intera politica americana verso il terrorismo. Le sue considerazioni, nate certamente dal peggiore incubo di un ex agente della CIA, riproducono il forte impaccio con cui l’amministrazione Obama sta gestendo la problematica ISIS; altri l’hanno invece definita una pericolosa e inconcludente “strategia della disperazione”. Lo stesso mese, l’ex ambasciatore americano in Siria Robert Ford, intervistato dal The Daily Beast, ha riportato che il gruppo di al-Golani è in decadenza ed è stato largamente rimpiazzato da Ahrar al Sham considerato, ad oggi, il gruppo più importante che combatte contro Damasco. Le dichiarazioni di Petraeus celano comunque un fondo di verità e lo dimostrano le affermazioni dell’analista Christopher Harmer il quale sostiene che se si vuol continuare a non inviare truppe in Siria, l’unico modo per ottenere qualche risultato contro lo Stato Islamico è scendere a patti con qualche gruppo d’opposizione islamista. In tutto questo nessuno ha tenuto conto che proprio Jabhat al-Nusra è impegnato in una strenua lotta per la sua stessa sopravvivenza: all’inizio di quest’anno un rappresentante dell’Osservatorio siriano dei diritti umani ha svelato l’uccisione di diversi capi qaedisti, in particolare appartenenti ad Ahrar al Sham e Jabhat al-Nusra, per altro attacchi mirati mai rivendicati da nessuno. Il sospetto cade, ovviamente, sull’ISIS, poco incline ad accettare concorrenti al suo dominio in Siria e in Iraq. Inoltre, le azioni della coalizione contro Jabhat al-Nusra ottengono l’esatto contrario di quanto vaneggiato dal generale Petraeus, spingendo definitivamente quel che rimane dell’organizzazione qaedista tra le braccia dell’ISIS.

Il dato incontrovertibile è che tra le forze anti-Assad non esistono buoni o cattivi, moderati o estremisti: lo Stato Islamico o Jabhat al-Nusra producono lo stesso risultato di morte che, alla luce dei fatti più recenti, non sembra sortire i successi desiderati. Damasco sta reagendo, in modo vigoroso, con quel che rimane delle sue forze armate all’orda nera di al-Baghdadi dimostrando che, al di là della giostra mediatica occidentale, c’è chi combatte sul campo, rischiando la propria vita contro i terroristi, poiché – ricordiamolo sempre – sono loro i nemici e nessun altro.