Il 76/62: un’arma di successo

(di Andrea Mucedola)
21/03/24

Dopo la seconda guerra mondiale, con l’adesione alla NATO, l’Italia ricevette gran parte dei suoi armamenti dagli Stati Uniti sotto forma di un “programma di assistenza militare diretta” (MDAP). Ciò includeva due cacciatorpediniere del tipo Benson / Livermoore che vennero ribattezzati Aviere ed Artigliere (risalenti agli anni ’40), tre fregate che costituirono la classe Aldebaran (Aldebaran, Altair, Andromeda) ed altre unità che vennero proficuamente utilizzate per l’attività di squadra e fornirono un valido contributo per la progettazione delle successive unità di costruzione nazionale.

Nello stesso tempo, nel 1950, si procedette al recupero e trasformazione di due incrociatori leggeri della classe Capitani Romani, il ‘Pompeo Magno‘ e il ‘Giulio Germanico‘ che erano stati auto-affondati dai tedeschi.

Le due vecchie unità, trasformate in cacciatorpediniere, vennero ribattezzate rispettivamente San Giorgio (foto seguente) e San Marco entrando in servizio tra il 1955 e il 1956. I sistemi d’arma di queste unità vennero aggiornati alle nuove esigenze operative per contrastare minacce aeree e missilistiche sempre più veloci e letali.

In origine, per quanto riguarda le artiglierie, le navi militari italiane erano equipaggiate per la maggior parte con armamenti navali di fabbricazione statunitense, tra cui il cannone USN da 5 pollici (127/38) e il Bofors 40 mm/L60.

Si trattava di armi che, secondo lo stato maggiore della Marina italiana dell’epoca, non erano adeguate alle esigenze reali in quanto: il 127 mm era considerato troppo pesante per essere impiegato da unità tutto sommato minori, mentre al contrario il 40 mm/L60 era troppo leggero per essere utilizzato sulle corvette previste dal piano di ammodernamento.

Nell’ambito dello stato maggiore della Marina nacque così un requisito operativo per lo sviluppo di un cannone di medio calibro da impiegarsi contro bersagli di superficie e aerei, basato sugli studi della marina statunitense su un’arma da 3 pollici (76,2 mm), ritenuto un buon compromesso tra i due calibri citati. Fu dato quindi l’incarico all’azienda italiana OTO Melara di La Spezia di realizzare, con la collaborazione della Marina militare italiana, un nuovo armamento che sarebbe stato primario sulle navi da guerra minori (corvette) o secondario sulle navi da guerra maggiori come fregate e cacciatorpediniere.

Il primo prototipo realizzato fu un cannone binato, il 76 mm/L62 SMP3 (“Stabilimenti Meccanici di Pozzuoli – cannone da 3 pollici”) Sovrapposto (così chiamato perché le due canne erano posizionate una sopra l’altra invece che affiancate) come con la maggior parte delle torrette dei cannoni navali. La sperimentazione effettuata sulla classe Centauro fu insoddisfacente e, nel 1958, l’OTO Melara iniziò a lavorare su una versione a canna singola il cui primo esemplare fu consegnato nel 1961 per le sperimentazioni in mare.

Nel 1962 il primo 76/62 MMI Allargato fu consegnato alla Marina Militare Italiana per essere montato sulle fregate classe Carlo Bergamini. Nei cinque anni successivi la OTO-Melara ne produsse complessivamente 84 che vennero imbarcati su tutte le navi da guerra italiane che avevano in precedenza il 76mm/L62 SMP3 Sovrapposto. Il 76/62 MMI è ancora in servizio sui pattugliatori classe Cassiopea.

Il 76/62 MMI

Sperando di non commettere troppe imprecisioni descriverò brevemente quest’arma che chi servì nella Marina Militare italiana dalla fine degli anni ’70, ricorderà con una certa nostalgia. Il cannone era ospitato in una torretta a tenuta stagna che proteggeva anche da piccole schegge di proiettili e alloggiava un operatore eventualmente necessario per dirigere localmente il cannone in base ai dati forniti dal sistema di controllo del fuoco della nave. La rotazione del cannone era effettuata tramite un sistema idraulico-elettrico, con backup manuale.

Le munizioni erano immagazzinate in un caricatore sotto la torretta, da cui i colpi venivano portati agli elevatori e poi in culatta per sparare. I bossoli esauriti venivano espulsi all’esterno della torretta (e venivano raccolti da una rete per riutilizzarne il materiale). Il peso totale della torretta e del caricatore era di ben 12 tonnellate ed il cannone aveva una cadenza di fuoco tra 10 a 60 colpi al minuto.

Alla fine degli anni ’60, il 76/62 MMI fu sostituito dall’OTO-Melara 76mm Compact (76/62 C), in grado di sparare 85 colpi al minuto; un cannone che per compattezza e prestazioni ebbe un grande successo a livello internazionale, anche grazie al suo peso minore rispetto al precedente.

Il compatto a sua volta si evolse verso il 76/62 SR e il 76/62 Strales e fu acquistato da oltre 60 marine internazionali.

Il 76/62 SR

Attualmente in servizio su molte navi combattenti, il Super Rapido può sparare 120 colpi al minuto impiegando diversi tipi di munizionamento. Fu introdotto negli anni ’80 e installato sulle unità della Marina fino alla classe Orizzonte, anche come sistema di difesa di punto.

Ben presto la marina italiana preferì il Super Rapido migliorato con sistema Strales e munizioni DART nel ruolo di difesa antimissile in quanto in grado di contrastare sia diversi missili subsonici (fino a 8.000 metri di distanza), sia bersagli aerei e di superficie.

È installato sulle Fregate Europee Multi-Missione (FREMM): due per unità nella versione Antisommergibile ed uno nella versione General Purpose.

La sua versione detta Sovraponte (“over deck”), più compatta e circa il 30–40% più leggera del Super Rapido standard, non richiede la penetrazione del ponte sottostante per l’installazione, potendo ospitare al suo interno 76 colpi pronti al fuoco (sia con o senza sistema Strales).

La versione Sovraponte (foto seguente) è stata installata per la prima volta sul Pattugliatore Polivalente d’Altura (PPA) classe Thaon di Revel della Marina Militare Italiana, al di sopra del tetto dell’hangar elicotteri.

Il munizionamento che fa la differenza

Tra i tipi di munizionamento voglio ricordare:

Standard HE: peso 6.296 kg, munizionamento standard con portata massima 16 km, effettiva 8 km (10 km contro bersagli aerei a 85°)

PFF: proiettile antimissile, con spoletta di prossimità e sfere di tungsteno incorporate nel guscio per un effetto di frammentazione ben definito

SAPOM: 6,35 kg (0,46 kg HE), portata 16 km (SAPOMER: 20 km) proiettile perforante con semi-armatura contro bersagli navali e terrestri sulla costa

DART: proiettile guidato contro bersagli aerei e missilistici

Mini-VULCANO: proiettile guidato con gittata massima intorno ai 40 km (una versione più piccola dello stesso munizionamento impiegato dal sistema VULCANO dei nuovi cannoni da 127 mm imbarcati sulle FREMM General Purpose e sui PPA)

In particolare, per quanto riguarda gli ultimi due (munizionamento guidato), furono ideati negli anni’80; la prima munizione di questo tipo fu la CCS (Course Corrected Shell), detta anche ‘CORRETTO‘, frutto di un programma congiunto dell’OTO e della British Aerospace che iniziò nel 1985 per realizzare un proiettile dotato di piccoli razzi per deviare la sua traiettoria attraverso comandi radio inviati dalla nave. Il sistema si rivelò troppo complesso e inaffidabile e l’OTO Melara studiò un nuovo sistema chiamato DAVIDE (solo per il mercato italiano) e, in seguito, la versione STRALES per l’esportazione.

La munizione guidata fu chiamata DART (Driven Ammunition Reduced Time of flight): in parole semplici, il suo proiettile viene guidato con dei radiocomandi fino al bersaglio e possiede una spoletta di prossimità per l’ingaggio a basso livello (fino a 2 metri sopra la superficie del mare, cosa che lo rende interessante anche contro bersagli navali di limitate dimensioni) e con una velocità di 1.200 m/s (può arrivare ad una portata di 5 km in soli 5 secondi con manovre fino a 40 G).

Il proiettile DART è composto da due parti: quella anteriore è libera di ruotare e ha due piccole ali “canard” per il controllo del volo, mentre quella poppiera ospita la testata da 2,5 kg, sei ali fisse e i ricevitori radio. Questo tipo di munizioni sono state testate sin dal 2014 raggiungendo una notevole maturità e affidabilità.

(Si ringraziano l’amm. ris. Fernando Cerutti e l’amm. ris. Giuseppe Manca per la consulenza)

Foto: web

(articolo originariamente pubblicato su https://www.ocean4future.org)