La storia della Lady Juliana (detta il “bordello galleggiante”) e delle deportate che colonizzarono l’Australia

(di Andrea Mucedola)
08/02/24

Nell’opera di colonizzazione dell’Australia (in particolare nel Nuovo Galles) non vi furono solo deportati di sesso maschile, ma anche giovani donne provenienti dalle carceri inglesi.

Tutto ebbe inizio quando la Corona inglese decise di deportare nel decennio tra il 1770 e il 1780 dalle sovraffollate carceri inglesi manodopera a basso costo per le opere di urbanizzazione e le coltivazioni di quel nuovo immenso territorio dove sarebbero stati impiegati ai lavori forzati fino al termine delle loro pene.

In realtà, dopo aver pagato il loro debito con la giustizia, il rientro in patria era tutt’altro che garantito e difficilmente la madrepatria avrebbe gradito il loro ritorno. Un uovo di Colombo: lavoratori a basso costo e poi coloni, ripagati con terre da far fruttare e i cui proventi sarebbero rientrati sotto forma di tasse alla Corona!

Ma, si sa, l’opera non sarebbe stata completa senza una presenza femminile. Sfruttando le voci dell’Opinione Pubblica, scandalizzata del trattamento brutale riservato alle detenute spesso condannate solo per furti e vagabondaggio, la Corona accolse la richiesta del governatore del Nuovo Galles, Lord Sydney di far trasferire un pò di ragazze dal carcere sovraffollato di Newgate in Australia. In pratica fu proposto alle detenute una appetibile alternativa: essere deportate nel nuovo mondo, dove avrebbero potuto rifarsi una vita, o… morire nelle carceri di sua Maestà. Una soluzione pratica che convinse, più o meno spontaneamente, le allora 151 fanciulle imprigionate nel carcere ad accettare la proposta.

Fu così che dall’Australia partì una nave, la Lady Juliana, posta al comando di un abile capitano, Aitken, e coadiuvato in questo particolare compito dal tenente di vascello Thomas Edgar, un anziano ed esperto ufficiale che aveva partecipato ai viaggi di esplorazione di James Cook che aveva il compito di garantire che i termini del contratto fossero rispettati e che i detenuti fossero “adeguatamente” assistiti.

Nello staff va menzionato il chirurgo di bordo, Richard Alley, un medico che si rivelò straordinariamente competente se raffrontato agli standard dell’epoca. Fu proprio grazie all’attenzione di Alley per gli aspetti igienici da mantenere durante il trasferimento che il viaggio ebbe “successo”: dal miglioramento della dieta di bordo, introducendo verdure e frutta, ad una scorta adeguata di sapone, lenzuola e coperte per migliorare l’igiene delle “passeggere”, tra le quali vi erano alcune in stato interessante. Lo stesso capitano Aitken fu un comandante insolitamente tollerante rispetto ai suoi colleghi incaricati al comando dei successivi trasporti di detenuti nel Nuovo Galles del Sud (Seconda Flotta). Secondo i rapporti rilasciati da John Nicol, amministratore della nave il capitano Aitken, “era un eccellente persona e ha fatto tutto ciò che era in suo potere per mettere i detenuti a proprio agio”.

La preparazione al viaggio fu accurata e la disponibilità di spazio consentì di accomodare sulla Lady Juliana altre giovani donne recluse da altre galere per un totale di 245 detenute.

Di fatto il 29 luglio 1789, dopo un ritardo di sei mesi, la Lady Juliana salpò finalmente da Plymouth per un viaggio che sarebbe durato ben 309 giorni quando dopo molte soste, arrivò a Botany Bay il 6 giugno 1790. Un viaggio più lungo di quelli compiuti da navi dello stesso tipo, in cui il bastimento effettuò numerosi scali tra cui Tenerife, St Jago, quarantacinque giorni a Rio de Janeiro e diciannove giorni al Capo di Buona Speranza.

Un trasferimento che, considerando gli standard dell’epoca, fu sotto un certo aspetto fortunato in quanto morì solo un marinaio, caduto in mare durante una tempesta. Delle detenute una morì di crepacuore prima della partenza e quattro furono perdonate1. In pratica, anche volendole inserire nel conteggio del “carico” la perdita fu trascurabile (se non nulla) considerando che la deportazione dal Regno Unito all’Australia era in genere considerata una vera e propria decimazione per i reclusi che morivano spesso per denutrizione, epidemie, e maltrattamenti.

Di fatto queste navi (in particolare quelle della famigerata Seconda Flotta, incaricata dei trasferimenti dei detenuti) erano normalmente affidate a comandanti di pochi scrupoli che, avendo la massima libertà nel gestire il budget loro assegnato, non disdegnavano di arrotondare i loro emolumenti a scapito dei “passeggeri”; questi ultimi, quando soccombevano, venivano buttati a mare con perdite percentuali all’arrivo del 50% del numero totale2.

Nel caso della Lady Juliana, le deportate, in buon numero giovani fanciulle di basso rango, condannate per reati contro il patrimonio o per prostituzione, furono decisamente più fortunate; esse godevano sulla nave di una certa libertà che comprendeva la possibilità di girare liberamente sui ponti e intraprendere relazioni con i membri dell’equipaggio (con i quali si dice avessero rapporti, più o meno consenzienti). Secondo i documenti di bordo, vi furono solo sei nuovi casi di gravidanze a bordo, probabilmente perché le più anziane avevano istruito le più giovani ad usare i seppur rudimentali metodi anticoncezionali del tempo.

Le punizioni furono rare, tra queste quella della botte… 

Durante il viaggio la nave toccò diversi porti per approvvigionarsi di cibo ed acqua potabile e qualsiasi altra cosa fosse necessaria. Edgar mise in chiaro con le passeggere che il budget era ridottissimo e che, prima della fine del viaggio, avrebbero dovuto essere sottoposte a parecchie privazioni, a meno di essere disponibili a guadagnare altri soldi prostituendosi. Questo avveniva non solo con l’equipaggio ma anche nei porti che la nave toccava. Inutile dire che le prospettive erano poco allettanti per cui le deportate si prestarono a questi servizi. In pratica divenne un “bordello galleggiante” come citato dall’omonimo saggio della storica gallese Siân Rees.

Secondo i documenti ritrovati, in realtà, gli introiti legati a questa attività venivano effettivamente spesi per migliorare la vita di bordo e non per arricchire le casse del comandante Edgar. L’amministratore della nave, John Nicol, scrisse un affascinante resoconto del viaggio in cui riportò particolari della vita della nave: “quando eravamo abbastanza in mare aperto, ogni uomo a bordo ha preso una moglie tra i detenuti, non ripugnanti.

Negli scali i marinai di altre navi venivano accolti liberamente e gli ufficiali non facevano alcun tentativo di reprimere questa attività licenziosa. Edgar, come premesso, aveva acquisito molta esperienza nei suoi viaggi con Cook ed era, come il medico di bordo, un assertore delle teorie di James Lind sulla necessità di integrare la dieta a bordo con grandi quantità di cibi vegetali per evitare la bestia nera che affliggeva i marinai durante quei lunghi viaggi: lo scorbuto. Di fatto funzionò e la buona gestione igienica consentì di consegnare al nuovo mondo australe giovani donne in relativamente buona salute.

Le razioni venivano distribuite in maniera adeguata e vi era una certa cura a mantenere i locali interni puliti e fumigati; ma non solo, alle detenute veniva concesso libero accesso al ponte e nei porti di scalo la nave era sempre rifornita di cibo fresco. Un trattamento in netto contrasto con quello riservato alle altre navi della Seconda Flotta, che giungevano a destinazione con un vergognoso “carico” di detenuti affamati e maltrattati.

Certo, al loro arrivo a Botany Bay, nel giugno del 1790, le ragazze si trovarono di fronte ad un continente nuovo, una vita non certo facile ma sicuramente migliore di quella che avevano lasciato in patria. Le più attraenti sposarono alcuni ex deportati che erano rimasti in Australia avendo fatto fortuna coltivando o allevando animali nelle vastissime terre messe a loro disposizione.

Anche a loro va il merito del successo di questo meraviglioso Paese, dall’altra parte del mondo.

1 Secondo Nicol (op. cit., capitolo 9) “One, a Scottish girl, broke her heart and died in the river. She was buried at Dartford. Four were pardoned on account of his Majesty’s recovery..”

2 Secondo le fonti dell’epoca, le altre navi che arrivarono nello stesso mese della “Lady Juliana” nella base di Sidney, che comprendeva Port Jackson e Botany Bay, trasportando solo deportati di sesso maschile, avevano perso tra i 200 e i 400 passeggeri nel viaggio ed i pochi sopravvissuti erano in condizioni disperate.

Immagini: OpenAI / web

(articolo originariamente pubblicato su https://www.ocean4future.org)