Falce e martello boulevard

(di Gino Lanzara)
19/08/21

Se volessimo dare un’idea del passare del tempo e degli eventi che lo hanno caratterizzato, potremmo ricorrere, con una certa (im)perdonabile indulgenza al cinema, alla forza delle immagini e delle passioni che ispirano. La parabola storica della falce e martello potrebbe trovare immagine e spunto iniziali dai fotogrammi di Reds1, proseguire per le riprese della Parata della Vittoria del 1945, con l’inchino dei vessilli nazisti catturati, passare per la commedia noir Morto Stalin, se ne fa un altro2, più recente ma impietosamente descrittiva dello stato politico immediatamente successivo alla morte di Stalin, fino a giungere a Il concerto3, spaccato della realtà russa contemporanea.

Beninteso, presentare i più recenti postumi di comunismo e socialismo reale non può limitarsi a Mosca, data la connotazione fisiologica votata all’internazionalismo, ma volendo individuare un più ideale e certo luogo di elezione, la Piazza Rossa continua ad offrire un’ambientazione perfetta.

A fronte dell’indimenticabile romanticismo hollywoodiano dei 10 giorni di Reed, il comunismo sovietico, da considerare anche sotto l’accezione brezneviana di socialismo reale, crollò fra l’89 ed il ‘91, mettendo fine alle aspirazioni volte alla realizzazione ideale di un socialismo possibile, ma ancora tutto da costruire dopo più di 100 anni.

Gli oppositori del Cremlino non hanno avuto esitazioni nell’evidenziare gulag, colonizzazioni forzate, carenza di controllo democratico, corazzati a Budapest e Praga, cui gli aedi rossi hanno contrapposto i richiami ad istruzione e sanità collettive, a scienza e progresso, alla lotta contro il nazifascismo; senza banalizzare, ma partendo dalla narrazione che ne fa Guareschi, che dà dignità giornalistica al trinariciutismo, si possono considerare Luigi Salvatorelli4, che definisce Lenin come “un’erma bifronte..definizione che si addice a tutto il regime da lui creato…Senza parlare… delle atrocità del regime staliniano”; Tiziano Terzani5, che a seguito del colpo di stato contro Gorbaciov descrive il disfacimento dell’URSS, destinato a subire in ritardo la sorte già toccata agli imperi multietnici nel 1918; Carl Schmitt6, secondo cui si dovrebbe dare comunque una valutazione filosoficamente positiva di Lenin, per cui conta la realizzazione, non che cosa si realizza; Eric Hobsbawm, con il suo secolo breve da leggere per intero, anche e soprattutto le parti ancora da interpretare alla luce delle conclusioni che lui stesso stila, liberando troppo semplicisticamente l’idea marxiana da qualsiasi responsabilità perché non più vincolata al procedere storico.

Peccato rimangano vive le pesanti conseguenze, con l’onere che ricade in capo a chiunque si sia fatto portavoce di istanze produttrici di effetti reali in un contesto in cui i richiami alla fratellanza socialista transnazionale non hanno sortito gli effetti sperati, una sorta di patriottismo socialista oggetto di rilettura a seconda delle circostanze, come accaduto alla morte di Stalin, con la cancellazione della toponomastica e l’abbattimento dei monumenti.

Insomma, tenuto conto che al socialismo reale non è stato sufficiente aver tentato di imporre una narrazione di fratellanza transnazionale per coagulare masse tuttavia ancora memori di carri armati, processi ed esecuzioni, è evidente che si tratti di un fenomeno politico non liquidabile sbrigativamente.

Con la caduta del Muro di Ber­li­no, non ricorre solo la debacle po­li­ti­ca del so­cia­li­smo rea­le, ma anche di un ra­zio­na­li­smo che ha puntato, troppo semplicisticamente, ad una so­cie­tà sì più giu­sta, ma basata su regole inderogabili7 precedute da una rivoluzione mossa dallo scontro violento tra classi sociali tra cui una, e pluribus unum, destinata alla conquista dell’egemonia; l’Unio­ne So­vie­ti­ca è dunque il pri­mo espe­ri­men­to politico di so­cia­li­smo rea­le planetario, un esperimento esportabile, per sua stessa natura, ovunque.

L’anelito ad una società giusta è in­dub­bia­men­te affascinante, lo è sempre stato già dalle parole di Tommaso Campanella8, eppure qualcosa non ha funzionato, probabilmente il fatto che l’uomo non possa essere ridotto ad un insieme di bisogni, perché latore di una complessità infinitamente più ampia, aspetto questo che può essere ravvisato nella visione interclassista data dal PCI, che vide un partito avvinto non solo alla classe operaia.

Il processo storico del passaggio dal capitalismo al socialismo, come ribadito da Breznev, avrebbe dovuto costituire la transizione al socialismo reale, un tentativo politico il cui fallimento fu certificato dall’ultimo ammaina bandiera con falce e martello sul Cremlino, e dal non aver saputo trasmettere la necessità di un’egemonia culturale da opporre a demagogia e populismo. Ma è proprio sotto questa prospettiva realista che vanno letti i molteplici avvenimenti post bellici del secolo scorso, a cominciare dal ’56 rivoluzionario ungherese, che Fanfani stigmatizzò dicendo “…verrà il giorno in cui sarà palese che nella recente tragedia magiara la ribellione delle vittime e l'apparente trionfo dell'oppressore hanno segnato il primo declino di un sistema innaturale e inumano…”, per proseguire con Dubcek ed il ’68 praghese.

Arriviamo all’89; l’inizio della fine del sistema sovietico comincia prima della caduta novembrina del Muro berlinese, ed è datato febbraio 1989, quando il governo polacco incontra l’opposizione di Solidarnosc’, per subire in giugno una cocente sconfitta elettorale che porta all’esecutivo non comunista di Tadeusz Mazowiecki: inizia il processo di transizione verso un'economia di mercato.

È un effetto domino: cadono gli altri regimi europei di stampo sovietico. Del resto la Polonia ha sempre assunto un ruolo determinante nell’evidenziare lacune ed illegittimità dei governi imposti dal Cremlino grazie alla presenza fattiva e costante della Chiesa cattolica; non a caso, il Cardinale Wyszynski9 è noto, in epoca stalinista, come l’Interrex, a dimostrazione della rilevanza politico culturale e sociale della Chiesa cattolica.

Il 31 agosto 1980 Solidarność viene alla luce, avendo sullo sfondo una crisi economica che, sulla base dei provvedimenti governativi, oltre al licenziamento dell’operaia Anna Walentynowicz, porta allo sciopero del porto di Danzica. L’elettricista Lech Wałęsa, non nuovo a queste attività, assurge a leader puntualizzando i suoi intendimenti in 21 postulati, tra cui il diritto alla libertà di sciopero e di espressione e quello di istituire sindacati. Malgrado la reazione del governo guidato dal generale Jaruzelski, Solidarność, che evita il confronto diretto in piazza, aumenta la sua popolarità tanto da costringere l’esecutivo ad instaurare un dialogo, con la Chiesa quale forza mediatrice amplificata poi dall’elevazione al soglio pontificio di Karol Józef Wojtyła accolto, nel 79, in Polonia, da almeno un quarto della popolazione nazionale10. In occasione delle elezioni presidenziali, Wałęsa viene successivamente eletto ottenendo il 75% dei consensi. Il ritorno del papa nel 1983 inaugura una strategia vaticana del doppio forno, da un lato intransigente, dall’altro negoziatrice attraverso il segretario di Stato Cardinale Agostino Casaroli.

La riunificazione tedesca11 prepara prima la disintegrazione del Comecon12 che, a fronte della variazione dei sistemi economici, richiede un inedito e pesantissimo pagamento delle transazioni in valuta forte, e poi del Patto di Varsavia.

La caduta del socialismo reale ha evidenziato una verità temuta, ovvero che i regimi interessati non possedessero nulla di più che un generico richiamo alle idee marxiane, con ciò legittimando il presupposto che il ruolo dell’ideologia dipendesse dalla sua imposizione e non perché sincero ed immediato sentimento ispiratore collettivo.

Ma è in seno alla Madre Russia che il fallimento del tentativo di ripristino del regime comunista determina il collasso e la dissoluzione del PCUS, con la caduta del presidente Gorbaciov, e l’ascesa di Boris Eltsin. Di fatto si tratta di un’implosione talmente violenta da infrangere l’equilibrio che aveva polarizzato il mondo in due blocchi. Nel ‘90 sono le Repubbliche Baltiche a consegnare il guanto di sfida al Cremlino proclamando l’indipendenza, e resistendo ai colpi di mano militari russi13.

Si tenta la carta politica del compromesso: mentre la nomenklatura mostra tutta la sua incredula indecisione, mentre i regimi crollano, Gorbaciov propone un referendum per la formazione di una federazione di Repubbliche sovrane, nel tentativo di preservare l’integrità territoriale. L’esito della consultazione è positivo, ma i problemi si complicano: il successo di Eltsin rafforza un potere presidenziale ostile al Cremlino. Glasnost e perestrojka sono sconfitte, la crisi economica imperversa in un Paese sull’orlo della bancarotta, il dualismo Gorbaciov-Eltsin crea vuoti istituzionali in cui si insinuano le premesse per un colpo di stato che, puntualmente, avviene prima della firma di un accordo che sottrae, o comunque limita fortemente, i poteri del Cremlino.

I carri armati scendono nelle strade moscovite, Gorbaciov, osservato dalle ombre di Krusciov, Nagy, Maléter, Dubcek, è agli arresti nella sua dacia in Crimea, Eltsin rientra in tutta fretta alla Casa Bianca, sede di governo e parlamento. È una tragica commedia degli errori, messa in scena da dilettanti che, probabilmente, non avrebbero mai passato gli esami del vecchio Iosif Stalin.

I responsabili del colpo di stato istituiscono un Comitato d’emergenza, decidono lo stato d’assedio, destituiscono Gorbaciov, ma consentono a Eltsin di organizzare la sua resistenza. Inaspettatamente i militari parlano con il popolo, mentre Eltsin si consegna alla storia salendo su uno dei tank fermi di fronte al Parlamento per incitare i russi alla ribellione, già aiutata dal rifiuto opposto dai reparti armati di aprire il fuoco.

Eltsin prende le redini, Gorbaciov, eroe solo per una notte, rassegna le dimissioni da segretario e si prepara per uscire di scena, consegnandosi all’oblio. L’agonia sovietica proseguirà con le ulteriori dichiarazioni d’indipendenza14, fino all’ufficializzazione della nascita della Comunità degli Stati indipendenti.

A dicembre si dissolve l’Unione Sovietica, vittima di una serie di questioni trascinate dal 900 e dagli egoismi di una classe dirigente abituata a governare senza valutare gli effetti delle proprie decisioni. Nel mentre, la Jugoslavia si disintegra scatenando un conflitto. Nel 1992 la divisione dell’Unione Sovietica in 15 Repubbliche porta alla creazione di altrettante monete, prima come sostitute del rublo poi come valute inconvertibili nazionali.

Nel 1993 si separano Cechia e Slovacchia, ma in Russia non è finita, è la nemesi: Il 4 ottobre '93 i carri armati russi sparano contro il parlamento russo; a mezzogiorno le forze speciali assaltano l’edificio mettendo fine alla crisi tra parlamento e presidente Eltsin, fautore della trasformazione dell’economia russa in un’economia di mercato, con privatizzazioni di cui beneficia in larga parte la nomenklatura.

Di fronte a povertà e fame, radicate nella stagnazione iniziata negli anni ’70, il parlamento tentò di limitare i poteri presidenziali; di fronte alle iniziative intraprese non ci fu che la soluzione armata, contrastata da migliaia di moscoviti. Secondo un copione vecchio di 70 anni, con un nuovo assalto e centinaia di vittime, si pose fine ad una crisi di fatto perdurante dal ‘91.

La strada per la presa del potere da parte di Putin nel ‘99 è segnata. I paesi dell'Europa dell’est vengono reinseriti nell'economia globale, diventando, in diversi momenti, membri dell’UE. Mentre la NATO si allarga ad Est, in violazione degli accordi intercorsi tra Bush e Gorbaciov all’atto della riunificazione tedesca, nel ‘91 viene istituita a Londra la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo, necessaria alla transizione economica verso economia di mercato e privatizzazione.

La storia procede, con l’avallo di iper liberismo, austerità e contemporanea globalizzazione incondizionata, con movimenti liberi e incontrollati di capitale e di lavoro in un mondo senza confini, fino alla crisi economica del 2007-08, la più grave dell’età moderna. Malgrado ciò la sinistra, elettoralmente, perde; se è vero che il successo del socialismo si fondava sugli svantaggi del capitalismo, rimane però vivido il ricordo del sistema sovietico che richiamava autoritarismo, mancanza di democrazia politica, inefficienza economica, creazione di un forte debito estero.

Alla luce delle riserve nutrite sul modello cinese bollato - quale ossimoro economico politico - come capitalismo di stato15 in un’economia di mercato, viene difficile pensare a forme socialiste alternative, capaci di controllare migrazioni e globalizzazione, incentivando l’occupazione.

Franco de Felice, già nel ‘96, sosteneva che nell’ambito protetto della competizione internazionale si trovava più la sinistra che la destra, tendente a rappresentare i settori sociali più colpiti. Tra i testimoni più accreditati del declino del socialismo reale si annovera Augusto del Noce, filosofo antifascista che più di altri mise in guardia circa la possibile secolarizzazione della società, non temendo di andare controcorrente nel rimarcare la crisi dei sistemi del socialismo reale europeo, ed affermando che, nello scorcio finale del 900 “non si è formata una nuova coscienza marxista o illuminista o che altro dir si voglia, ma si è determinato soltanto un vuoto degli ideali16; sembra quindi giustificabile poter dire che un nuovo (ed eventuale) socialismo non potrà avere nulla a che vedere con le utopie di fine ottocento, rimanendo esso stesso un’utopia che sfiora i principi e i valori dell’individualismo liberale dove, comunque, sopravvive un’incompatibilità incoercibile con il liberalismo.

Non intendiamo dare giudizi affrettati su una tematica così complessa, ci basta risvegliare interessi e curiosità su un fenomeno storico politico di rara rilevanza, e di altrettanto significativo declino. Abbiamo iniziato con dei film, possiamo finire con un brano di Giorgio Gaber, Qualcuno era comunista. Pur potendo non piacere, sia i perché di una scelta, e sia soprattutto il finale, “e dall'altra il gabbiano, senza più neanche l'intenzione del volo, Perché ormai il sogno si è rattrappito”, potrebbero dare qualche spunto in più.

Se poi proprio non fosse gradito, anche non arrossire, date tinta e motivazioni, potrebbe accompagnare un momento dolcemente crepuscolare.

1 Diretto ed interpretato da Warren Beatty su ispirazione tratta dal libro di John Reed, I dieci giorni che sconvolsero il mondo.

2 è un film del 2017 diretto da Armando Iannucci. Adattamento cinematografico del romanzo a fumetti La morte di Stalin di Fabien Nury e Thierry Robin, il film, in forma di commedia nera, racconta gli eventi che seguirono la morte di Iosif Stalin nel 1953.

3 è un film del 2009 diretto da Radu Mihăileanu. Nel 2010 ha vinto i Premi César per la migliore musica da film e per il miglior sonoro. Ha ricevuto inoltre una candidatura ai Premi Magritte 2011 nella categoria migliore coproduzione.

4 Storia del 900

5 Buonanotte Signor Lenin

6 La dittatura

7 e­li­mi­na­zio­ne del­la pro­prie­tà pri­va­ta, casa e la­vo­ro per tut­ti, ge­stio­ne cen­tra­liz­za­ta di e­co­no­mia e mez­zi di pro­du­zio­ne, as­so­lu­ta man­can­za di dis­si­den­za in­ter­na.

8 filosofo, teologo, poeta e frate domenicano italiano. Processato dall'Inquisizione per eresia nel 1594 fu confinato agli arresti domiciliari per due anni. Accusato di aver cospirato contro i governanti spagnoli della Calabria nel 1599, fu torturato e messo in prigione, dove trascorse 27 anni. Durante tale periodo di reclusione scrisse le sue opere più significative, tra cui La città del sole, un racconto utopico dove descrive una società teocratica egualitaria in cui la proprietà è tenuta in comune.

9 Cardinale Stefan Wyszyński, considerato dai leader del partito comunista polacco, Władysław Gomułka prima e Edward Gierek dopo, come il “vero interlocutore sociale del Paese”

10 Giovanni Paolo II, nel primo viaggio nella sua terra dalla elezione a Pontefice, avvenuta solo pochi mesi prima.  “Scenda il tuo Spirito! Scenda il tuo Spirito! E rinnovi la faccia della terra. Di questa Terra!”

11 de facto il 9/11/1989, de jure il 03/10/1990

12 de jure nel settembre del 1991, ma di fatto gia’ dall’inizio del 1990

13 Lituania

14 Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Azerbaigian, Kirghizistan, Uzbekistan, Tagikistan, Armenia, Turkmenistan e Kazakistan

15 Troskisti, operaisti e socialdemocratici negano con diverse argomentazioni il carattere socialista del regime cinese

16 Il Popolo 1975