Vi spiego perché l'Italia paga ogni crisi internazionale

(di Federico Castiglioni)
31/03/22

Nel corso dell’attuale crisi ucraina si è molto discusso in Italia dei rincari dei prezzi dell’energia e dei problemi che le attuali sanzioni alla Russia creeranno alle imprese. Le stime del PIL in effetti non sono incoraggianti: secondo l’ISTAT se l’attuale congiuntura internazionale non cambierà la crescita italiana, stimata a gennaio intorno al 4%, si fermerà al 2.3% su base annua.1

Come gli italiani sanno non è la prima volta negli ultimi anni che uno stravolgimento in politica estera ha avuto un effetto negativo sulle finanze del nostro Paese; basti pensare alla perdita di investimenti che ha portato la guerra civile in Libia del 2011, al rallentamento degli scambi con l’Iran dopo le sanzioni imposte unilateralmente da Donald Trump nel 2018 o da ultimo alle (sacrosante) sanzioni verso la Turchia nel 2020.

L’impressione diffusa è che ogni crisi internazionale abbia un costo superiore per l’Italia di quello pagato dai suoi partner europei o transatlantici e che le nazioni nel mirino della comunità internazionale siano spesso quelle con cui l’Italia ha i rapporti commerciali migliori. Questa sensazione è in parte veritiera.

Il motivo per il quale l’Italia è sempre danneggiata dall’instabilità internazionale risiede nel tipo di economia che il Paese ha costruito, fortemente dipendente dall’import di materie prime e dall’export di prodotti finiti.

La predisposizione storica dell’Italia al commercio la porta a siglare accordi con diversi Paesi produttori di materie prime, spesso governati da regimi poco democratici, e a tentare la penetrazione in nuovi mercati non già saturati da prodotti provenienti dai suoi rivali manifatturieri. Una politica commerciale intraprendente, tuttavia, richiede una politica estera molto attiva, orientata soprattutto sulla mediazione dei conflitti.

Angela Merkel, per decenni alla guida di uno Stato a vocazione commerciale anche più dell’Italia, ha sempre promosso negli anni del suo cancellierato una politica estera di dialogo, sia all’interno che all’esterno dell’UE, provando ad evitare escalation pericolose con i partner commerciali della Germania. Per esempio, fu Angela Merkel nel 2015 a mediare con Vladimir Putin all’inizio del conflitto ucraino, oppure ad aprire le porte al commercio con la Cina nonostante le repressioni interne e il caso di Hong Kong, oppure a tenere i rapporti con Erdogan dopo le purghe del 2016-2017 in Turchia.

Questo tipo di politica estera si può definire cinica, ma è stata sicuramente espressione di una ferma volontà politica orientata dalla necessità di stabilità della Germania.

Al contrario, la politica estera francese, con una totale continuità tra presidenti di diverse sensibilità, è sempre stata quella di far valere le ragioni di Parigi in aree strategiche considerate da lei vitali per motivi economico-culturali, prima tra tutte l’Africa nord-occidentale e il Medio Oriente. Il successo di alcune operazioni concepite all’Eliseo, come la detronizzazione di Gheddafi o l’intervento in Mali, rispondono al desiderio di espandere la sfera di influenza francese, con potenziali effetti di destabilizzazione.

Dove si pone l’Italia in questo quadro?

Il fallimento sistematico del nostro Paese ad affiancare alla sua vivace politica commerciale un altrettanto efficace politica estera è imputabile a due ragioni: la prima è una mancanza di distinzione tra polemica interna e interesse nazionale, mentre la seconda è la mancata comprensione della chiave europea che ha sempre permesso in questi anni a Francia e Germania di ottenere i propri obiettivi (potenzialmente divergenti).

Sull’argomento della divisione interna italiana è stato scritto molto, ma basterebbe un richiamo al buonsenso per capire che la politica estera è il settore peggiore che si possa usare per screditare i leader di governo o di opposizione. La strumentalizzazione porta non solo ad una guerra intestina poco utile in Italia, ma soprattutto ad una perdita di credibilità dei vari partiti che si succedono alla guida del governo agli occhi dei suoi interlocutori esteri.

Ma è sul secondo tema, quello dell’europeizzazione dell’interesse nazionale, che l’Italia mostra i suoi limiti. Negli ultimi anni la politica nazionale sembra sempre più tentata di rispondere alla sfida oggettivamente posta da Francia e Germania con temi di cinico sovranismo, senza capire che invece la chiave di successo di questi Paesi negli ultimi anni è da ascrivere al contrario ad uno strategico quadro di alleanze europee, che hanno permesso a Parigi e Berlino di farsi portavoce di diversi governi del continente.

Si prenda ad esempio il conflitto in Ucraina. Il motivo per cui Angela Merkel ebbe successo nel 2015 nell’evitare l’escalation con la Russia va ricercato nel prestigio europeo della cancelliera e nel fatto che a Mosca il capo del governo tedesco poteva effettivamente presentarsi come rappresentante dell’Unione Europea (per quanto questo incarico non le fosse mai stato conferito). Non sfuggirà a questo riguardo che proprio con lo stesso crisma Emmanuel Macron si recò al Cremlino all’inizio del conflitto ucraino, pur con risultati non altrettanto brillanti.

Allo stesso modo, si può notare che ogni manovra tensiva o distensiva a protezione dell’interesse nazionale di Francia e Germania, dalla politica di apertura commerciale con la Cina alla guerra in Libia del 2011, passando per l’intervento in Mali, è stata presentata come un’iniziativa europea guidata da uno Stato membro di punta.

L’europeizzazione della politica estera franco-tedesca non è sempre passata dalla (seppur essenziale) intesa tra i due Paesi. Nella crisi libica del 2011 ad esempio, la Francia poté convincere gli Stati Uniti all’intervento anche facendosi forte del sostegno inglese e vincendo in tal modo lo scetticismo tedesco e la resistenza italiana. La Germania al contrario poté contare sul sostegno italiano per allentare la tensione con la Turchia di Erdogan, nonostante l’aperta ostilità francese. Al contrario, la scarsa credibilità italiana (dovuta alle ragioni di divisione interna citate) e la mancanza di un approccio lungimirante in politica estera le hanno impedito finora di seguire la stessa strada.

A farsi sentire è soprattutto l’assenza di un vero rapporto di alleanza saldo a livello europeo, come quello franco-tedesco, su cui poi modellare un fronte inclusivo che arrivi a coinvolgere istituzioni europee, come la Commissione, che risultano sempre più influenti nei rapporti di forza internazionali.

Allo stesso tempo, anche ogni tentativo italiano di creare intese “à la carte” mostra i suoi limiti per la difficoltà a vendere queste alleanze momentanee come realmente europee o di entrare nel gruppo di testa Berlino-Parigi.

Non sorprende quindi che, dopo l’esplosione del conflitto ucraino, l’illusione di molti italiani sul fatto che bastasse avere Mario Draghi a Palazzo Chigi per vedere un salto di qualità nella politica estera del Paese sia stata delusa. Il presidente del consiglio italiano infatti è un tecnico prestato alla politica, sostenuto già in Patria da una coalizione eterogenea di governo. La sua autorevolezza personale non basta a far dimenticare le debolezze strutturali di Roma o a sopperire a deficit decennali nel nostro sistema di alleanze.2

Al di là della situazione contingente ucraina quindi, la chiave del successo italiano per navigare le onde delle crisi contemporanee sta in una politica estera più lungimirante e soprattutto più europea, improntata non (solo) ad un idealismo sognatore e naïve ma contraddistinta da un’intesa pratico-strategica con attori ad essa affini.

2 Non dimentichiamoci che il governo Draghi è nato per gestire un piano di salvataggio economico dell’Italia da una potenziale bancarotta post-pandemica; non certo il viatico migliore per chi voglia rappresentare una posizione comune europea nell’agone internazionale.

Foto: presidenza del consiglio dei ministri / Xinhua / NATO / Elysée