Elezioni USA: dove sono i nuovi Roosevelt, Eisenhower, Kennedy o Ford?

(di Gino Lanzara)
24/07/24

L’uscita di scena del presidente Biden, novello Nelson Mandela, ha scosso la sonnolenza estiva della scena politica, benché certo non si possa dire che si sia trattato di un sisma inatteso, visto lo svolgimento dell’ultimo confronto vis-à-vis, quanto meno per platee più aduse di altre a più millesimate alchimie del potere; il dibattito, svoltosi il 27 giugno, ha certificato uno stato di contingenze tali da sconsigliare a Biden qualsiasi ulteriore confronto con il di poco più giovane Trump, peraltro a sua volta reduce poco brillante dalla discussione, ed unicamente beneficiario del principio per cui maccheronicamente in orbe cecatorum monoculo regnat.

Se Biden ha dato prova di confusione e scarsa incisività, le affermazioni prive di oggettiva rispondenza ed opportunità del candidato repubblicano non sono mancate, senza contare le asserzioni pericolosamente fumose in merito alla politica estera. In linea di massima gli appunti di Trump sono stati grossolani, urlati, populisti; rimane la curiosità su cosa sarebbe potuto accadere con un interlocutore più giovane ed agguerrito; se poi la contesa novembrina premierà il candidato del GOP, allora tra lande europee e sponde taiwanesi si avrà modo di testarne de visu la prospettiva politica, comprendendo come e quanto possa essergli attagliabile in quanto preteso leader planetario, su cui peseranno per sempre le immagini da b-movie dell’assalto al Campidoglio.

Che la politica estera statunitense abbia lasciato a desiderare è vero, tanto più se si consideri la fin troppo frettolosa concessione di deprezzati Nobel per la pace. Insulti ed accuse più o meno velate di essere dei Manchurian Candidate, hanno chiuso in bruttezza un match che ha posto di fatto il sigillo sulla fine della politica e sull’affermazione del volgare vuoto cosmico tipico di trasmissioni televisive d’accatto. Le affermazioni di Trump da un lato certificano un imbarbarimento politico, dall’altro la senile decadenza del partito antagonista, in piena anossia nell’esprimere leader validi ed anagraficamente accettabili.

Le telecamere hanno confermato per entrambi i contendenti gli stereotipi preformati per lo meno fino a pochi giorni fa, fino a quando, cioè, il logorio del potere ha finito per consumare sia chi lo detiene sia chi lo brama.

Che poi l’anzianità sia stigma di saggezza è tutto da verificare, a cominciare da quando considerare il limite gerontocratico; al confronto Reagan, eletto alla soglia dei 70 anni, altro non era che un promettente apprendista, posto che Clinton, coetaneo di Trump, si è ritirato nel 2001.

E allora? Beh, le vicchiaglie di Camilleri, che tanto richiamano alla memoria i fasti sovietici, colpiscono buona parte del Congresso evidenziando una riluttanza a cedere potere e prebende che fa il paio con la convinzione che, forse, sarebbe il caso di imporre limiti di età, posto che se è vero che l’86% degli elettori ritiene Biden troppo anziano, il 62% non risparmia il golfista Trump.

La realtà dei fatti attesta che, al netto del disinteresse palesato da Dem e Rep, gli americani avrebbero desiderato un’alternativa in grado di archiviare la canizie a favore di un’alternativa peculiare di una nuova classe dirigente, magari in grado di valutare un nuovo ed ancor più delicato solarium a là Eisenhower.

Politicamente, gli USA devono tornare ad essere un no country for old men. La senescenza testarda e politicamente suicidaria di Biden e la scarsa credibilità trumpiana non possono che suscitare preoccupazioni sul presunto crepuscolo imperiale americano, espressione della proiezione di un potere che, coinvolgendo buona parte del globo, autorizzerebbe a pensare ad un immaginario collegio elettorale oltremare costituito da Paesi comunque coinvolti, volenti o nolenti, nelle elezioni americane e comunque più grandi e popolosi del Rhode Island (nulla contro, per carità). Biden, forse, avrebbe voluto impersonare il salvatore dell’essenza del destino manifesto tratta fuori dal pantano di un abbattimento morale provocato dal sistema americano stesso.

Cosa attende il globo, a fronte di due guerre in corso, altre sempre più prossime e con un sistema commerciale da riscrivere ex novo? Chi si fida ancora di Washington, a queste condizioni? Che egemone diventeranno gli USA? Si affideranno anche loro ad una γερουσία (gerousía), ad un aristocratico consiglio degli anziani? Si può far conto su chi, per interessi di parte, in questo momento, punta ad esautorare il detentore dei codici di lancio?

Il problema, probabilmente, risiede nel fatto che, dopo il disamoramento dalla figura Obamiana, che la storia sta scoprendo complessa e contraddittoria, la società teme le novità ma incorre nel rischio di trovarsi coinvolta in un circolo vizioso ideale per l’astensionismo, con la polarizzazione del sistema.

Se l’attentato a Trump fosse avvenuto nel sud Europa, gli sfortunati levantini di turno sarebbero stati tacciati di melodrammatico pressapochismo; uno sperduto paese della Pennsylvania, dimenticato sia da entità divine che da figurelle umane, ha riportato alla memoria macchine decappottabili e strade texane e ha reso immortale lo scatto di Evan Vucci dell’Associated Press che, con paragone forse irriguardoso, riporta all’iconografia del Monte Suribachi a Iwo Jima, dove le flags furono alzate da fathers che ora recriminerebbero inorriditi per sacrifici che hanno consentito maldestre esibizioni farsesche. E attenzione, perché l’incitamento trumpiano al fight! contiene in nuce i germi del 6 gennaio 2021, particolarmente virulenti in un Paese dove ci sono più bocche da fuoco che persone peraltro sempre più convinte della serpeggiante e fraintesa legittimità nel colpire un avversario politico. La fucilata a Trump sdogana tutti, anche gli antagonisti del candidato repubblicano, non più monopolista di qualsiasi forma di riprovevole intemperanza.

Le pressioni esercitate su Biden, non ultime quelle che hanno visto l’interessamento della prosaica gestione di cassa delle entrate dagli sponsor, per un momento in drammatica caduta, hanno mostrato il vero volto della competizione politica che, tra non troppo silenti sospiri di sollievo per un ritiro oltre misura ritardato, ora guarda alla torrida Convention di Chicago del 19 agosto ed al voto che dovranno esprimere gli oltre 3.000 delegati degli Stati in una prova della verità in cui la disciplina di partito giocherà un ruolo fondamentale: nessuno (sic!) potrà essere libero di votare altri candidati, visto che la decisione andrà presa a maggioranza assoluta1.

Al netto della cronaca, rimane la tragicità della vicenda umana di un presidente troppo vecchio, non insostituibile, troppo debole per opporsi a cortigianerie e seduzioni che l’hanno lasciato esposto su mura indifese. Al netto delle inevitabili apologie del momento, Kamala Harris dovrà proporre un messaggio politico coerente, una difficoltà che deriva dalle esperienze in magistratura2 che l’hanno resa invisa all’elettorato, un aspetto questo però che ora, come notato da Ezra Klein del NYT, calzerebbe a pennello su un fronte, quello securitario, in sofferenza dopo le prese di posizione più estreme favorevoli al taglio dei fondi per la polizia.

L’incarico vice presidenziale è stato scomodo; un ruolo sicuramente poco agevolato dallo staff del POTUS, timoroso di plasmare una concorrente per Biden. Il sostegno dell’elettorato di colore ed il supporto alla causa pro choice sull’aborto dovranno comunque fare il paio con la difesa della linea politica sostenuta sull’immigrazione.

In sintesi: gli elettori democratici che desideravano una rottura con il passato dovranno farsi una ragione della continuità. Mentre i repubblicani puntano alla working class, Harris3 dovrà guardare all’elettorato più istruito, convincendo gli indecisi che ha le capacità per essere un presidente capace, cosa di cui alcuni, come James Carville e Alex Castellanos, non sono convinti, benché con Biden la corsa elettorale stesse prendendo una china pericolosa.

È cominciata la stagione dell’incertezza per una campagna elettorale già passata alla storia, visto che malgrado gli endorsement il passaggio di mano Biden-Harris potrebbe non essere così scontato dato che non esiste una regola che autorizzi alcun automatismo, che le primarie sono già trascorse e che occorre affrontare una Convention in bilico tra incoronazione e forche caudine4; non a caso Elaine Kamarck della Brookings Institution, ipotizzando in tempi non sospetti il ritiro di Biden, immaginava una sorta di convention in cui tutte le opzioni sono possibili, cioè dove ogni fazione potrebbe spingere per il proprio campione, scenario politicamente tragico che, nel 1968, ha già visto perdenti i dem con la rinuncia al secondo mandato di Lyndon Johnson.

Già nelle prossime ore dovranno delinearsi i fronti favorevoli, per esempio quello dei governatori di California, Michigan, Pennsylvania, Illinois, tutti comunque timorosi di bruciarsi per le presidenziali del 2028; del resto questa Convention non sarà una formalità cerimoniale, ma offrirà la scena a decisioni effettive, come quella relativa alla scelta del candidato alla vicepresidenza, quanto mai necessario per bilanciare il contesto e ampliare il parterre dei consensi.

Se Harris dovesse vincere, sarebbe la prima donna, peraltro di colore, a diventare presidente nella storia degli USA. Altro problema di non poco conto sarà la conduzione di una campagna elettorale in tempi ristretti, con soli 3 mesi per farsi conoscere da 250 milioni di americani e convincerli a votare per lei.

A parti ora invertite un punto di forza sarà proprio quello dell’età, ritortasi contro i Rep, scopertisi improvvisamente più vecchi. Per i dem, preferire altri candidati a Kamala Harris rischia di spaccare il partito, malgrado sussistano forti riserve sulle sue possibilità percentuali di successo; una Convention aperta potrebbe rivelarsi un disastro, confermando caos e divisioni. Altra atmosfera, ottimistica e coesa a Milwaukee dove, tra le esibizioni di wrestler e la diffusione del nessun dorma della Turandot pucciniana, altro bell’enigma, altro che politica, il GOP ha consegnato la mission presidenziale a Trump, votato ad attrarre gli elettori del Midwest, la classe operaia ed a confrontarsi con l’imbarazzante Project 2025, elaborato dalla Heritage Foundation e che mira a conferire maggior potere e controlli federali diretti al presidente5.

Al momento il Paese più potente del mondo è privo di linee guida fondanti per la bisogna, mentre la dialettica scivola sempre più in basso, a dimostrazione che non basta il denaro a fornire un’educazione politica razionale e fruttuosa. Il Paese delle dottrine presidenziali ora non ne ha una disponibile per il traghettamento verso un novembre troppo lontano per una potenza nucleare e con un presidente troppo affine ad un Visconte dimezzato. In questi anni, è mancata una tradizione consolidata di pensiero, di insegnamento e di apprendimento, perché non c’è stato nulla né da apprendere né da insegnare in un Paese solcato da profonda ignoranza di base6.

I candidati al seggio presidenziale sono quanto di più incompatibile esista con F.D. Roosevelt, Eisenhower, Kennedy, Ford, ma è pur vero sia che un soggetto politico che rinnega la propria storia senza trarne insegnamento per il futuro corre il rischio di arrancare come un’anatra zoppa, sia che la summa del pensiero di Frank Underwood possa attagliarsi alle circostanze: La strada per il potere è lastricata di ipocrisia e morti. Mai pentirsi.

1 Chiunque può candidarsi anche se non ha partecipato alle primarie

2 Nel 2004, da procuratore distrettuale di San Francisco, ha sostenuto un programma pilota che, al posto del carcere, forniva assistenza ai non violenti; successivamente ha rifiutato di chiedere la pena di morte per un uomo che ha ucciso un agente di polizia, ricevendo un rimprovero da parte della senatrice Dianne Feinstein. Dopo avere assunto l’incarico di procuratore generale della California, Harris è tornata sui suoi passi: nel 2014 ha sostenuto il diritto della California di comminare la pena di morte. Con le rivolte del 2020 Harris ha esortato a donare denaro al Minnesota Freedom Fund, che ha pubblicato la cauzione per gli arrestati durante i disordini. Nel 2022 il fondo ha permesso la scarcerazione di un recidivo imputato dell’omicidio di un passeggero della metropolitana leggera a St. Paul, nel Minnesota.

3 La candidatura di Harris nel 2020 è stata un insuccesso; Bill Maher in Real Time: Si può contare sul dito di una mano il numero di delegati che ha vinto nelle primarie del 2020. . . purché quella mano non abbia le dita.

4 Il miliardario Vinod Khosla, donatore dei democratici, propende per un processo aperto; il senatore Joe Manchin ha valutato la possibilità di rientrare tra i Dem per sfidare Harris.

5 Controllo di agenzie indipendenti, abolizione della FED